F.M. Biscione, "Aspetti del «Memoriale» di Aldo Moro relativi all’intelligence", in "Aldo Moro e l’intelligence. Il senso dello Stato e le responsabilità del potere", a cura di M. Caligiuri, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2018, pp. 43-57.

June 13, 2018 | Author: F. Biscione | Category: Documents


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Description

Aldo Moro e l’Intelligence Il senso dello Stato e le responsabilità del potere

A cura di Mario Caligiuri

RUB3ETTINO

Collana del Laboratorio sull’Intelligence dell’Università della Calabria diretta da Mario Caligiuri

Comitato Scientifico Mario Caligiuri (direttore) Derrick De Kerckhove Franco Farinelli Giorgio Galli Umberto Gori Paolo Savona

© 2018 - Rubbettino Editore 88049 Soveria Mannelli - Viale Rosario Rubbettino, 10 -Tel. (0968) 6664201 www.rubbettino.it

Sommario

Presentazione di Paolo Gheda

7

Introduzione di Mario Caligiuri

11

Andrea A mbrogetti Aldo Moro e i servizi di informazione. Le sfide degli anni Sessanta e Settanta

19

Francesco M. Biscione Aspetti del «Memoriale» di Aldo Moro relativi all’intelligence

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M ario Caligiuri Aldo Moro e l’intelligence. Il senso dello Stato e le responsabilità del potere

59

Vera Capperucci La segreteria Moro (1959-1964) e il caso Tambroni

75

M assimo M astrogregori Moro e il mondo del segreto: appunti e osservazioni

97

Giacomo Pacini Il lodo Moro. L’Italia e la politica mediterranea. Appunti per una storia

143

Trascrizioni e riflessioni da Virgilio I lari Aldo Moro nella storia militare della prima repubblica

255

Testimonianze Ciriaco D e M ita Aldo Moro nella democrazia italiana

271

Luigi Zanda Aldo Moro e l’intelligence

275

Gli autori

287

Indice dei nomi

291

Francesco M. Biscione

Aspetti del « Memoriale» di Aldo Moro relativi alVintelligence

Mi fa piacere rispondere all’amichevole invito di Mario Caligiuri - che mi ha chiesto di addentrarmi nel tema del rapporto tra Aldo Moro e l’intelligence, per il quale non ho una specifica preparazione - con queste due notulae, in certo senso estrapolate da un lavoro critico di ricomposizione e riedizione di uno dei documenti più impervi e drammatici del nostro Novecento, il Memoriale scritto nel carcere delle Brigate rosse. A questo testo sto lavorando con un piccolo e autorevole gruppo di amici1per farne una nuova edizione a stampa, critica quanto possibile. Da questo documento proviene ancora una messe di intuizioni e di suggestioni da meditare e rielaborare. Quelli che seguono sono solo degli esempi.

Moro, Tambroni e le intercettazioni di De Lorenzo Come è noto, Moro affermò più volte, sia in sede parlamentare sia in sede critica, che fu la Democrazia cristiana, della quale egli era segretario, a mettere fine all’esperienza di governo di Tambroni. Lo disse alla Camera nel discorso del 5 agosto 1960. A difesa della libera determinazione del suo program m a e contro il valore for­ malmente determ inante dei voti del Movimento sociale, il partito non ha esitato a m ettere in crisi un governo presieduto da uno dei suoi uom ini migliori ed altamente stimato ed amato dentro e fuori della democrazia cristiana. [...] La1

1 II gruppo si riunisce presso l’A rchivio di Stato di Roma - cui nel 2014 la procura della Repubblica di Roma ha versato il reperto originale rinvenuto nel 1990 nell’appartamento di via Montenevoso a Milano - ed è costituito da Michele Di Sivo, Sergio Flamigni, Miguel Gotor, Ilaria Moroni, Antonella Padova, Stefano Twarzik e da me.

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situazione si è aggravata col Governo Tambroni obiettivamente, per il valore determ inante dei voti del Movimento sociale sia pure per un governo am m ini­ strativo e provvisorio. È vero che la democrazia cristiana, partito di imponente maggioranza relativa, ha il dovere di dare un governo al paese, m a essa è posta alla lunga in una condizione insostenibile, quando, bisognosa di appoggi parla­ mentari, è costretta ad esercitare, col sostegno di forze politiche spostate verso i poli dello schieramento, la sua naturale funzione equilibratrice e mediatrice, il suo compito di garante delle istituzioni democratiche, la sua doverosa azione per l’ordinato progresso della vita sociale. La scelta tra l’impotenza, che significa incapacità a rispondere alla fiducia dell’elettorato, e l’artificiosa e pericolosa defor­ mazione del proprio significato politico, cioè ancora il venir meno all’impegno assunto col corpo elettorale, è veramente una scelta drammatica, e la democrazia cristiana si è trovata a viverla con un’attenzione angosciosa che le ha consentito di cogliere la prim a prospettiva di solidarietà che le permetteva di evitare una scelta impossibile e di assolvere alla sua funzione nella vita democratica del paese.

Dunque, Moro aveva accolto con senso di liberazione il formarsi di una nuova maggioranza (il governo Fanfani), che permise di chiudere rapidamente la drammatica esperienza del governo Tambroni. Egli con­ fermò la responsabilità della Dc nel determinare la caduta di Tambroni in altre occasioni, come nella Tribuna politica trasmessa dalla televisione in vista delle elezioni amministrative del novembre 1960 (in risposta a una domanda di Luigi Pintor, giornalista de «l’Unità»), nella lettera a Nenni del 21 settembre 1965, nell’articolo che stava rivedendo al momento del sequestro e destinato al quotidiano «Il Giorno»2. Solo però nel Memoriale Moro aggiunse un particolare inedito. Parlando del caso Sifar-De Lorenzo del 1964, Moro scrisse: Il Gen. De Lorenzo, come persona, al di là dell’e pisodio [il caso Segni-De Lo­ renzo], va ricordato come colui che collaborò in modo attivo, come capo del Sid [recte Sifar], nel 60, con me Segretario del Partito, per far rientrare nei binari della norm alità la situazione incandescente creatasi con la costituzione del Governo

2 La conferenza stampa è rinvenibile su Youtube al link https://www.youtube.com/ watch?v=xdFWkfRd2AM; P. N en n i , A. M oro , Carteggio 1960-1978, a cura di G. Tam burrano , Fondazione Pietro N enni - La Nuova Italia, Roma-Scandicci 1998, pp. 52 s.; A M oro , L’intelligenza e gli avvenimenti. Testi 1959-1978, a cura della Fondazione Aldo Moro, Garzanti, Milano 1979, pp. 231-233.

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Tambroni. Questo fu infatti, a mio parere, il fatto più grave e più minaccioso per le istituzioni intervenuto in quell’epoca. Infatti De Lorenzo, in continuo contatto con me, mi fornì tutte le intercettazioni utili e altri elementi informativi, che mi permisero di esigere le dimissioni del Governo Tambroni e promuovere la costi­ tuzione del Governo Fanfani, che fu il prim o a fruire dell’astensione socialista. In complesso il periodo 60-64 fu estremamente agitato e pericoloso3.

Se, da un lato, è da rilevare il giudizio (allora abbastanza originale e oggi, direi, pacifico) secondo cui la vicenda del governo Tambroni fu più pericolosa e destabilizzante della crisi politica dell’estate 1964, vi è da notare il particolare delle intercettazioni di Tambroni fornite da De Lorenzo a Moro, che misero lo stesso Moro in condizione di imporre le dimissioni del governo. Sul punto ci siamo interrogati in parecchi senza trovare una soluzione, anche a motivo della perplessità che suscita la descrizione di una situazione istituzionalmente anomala nella quale il direttore del servizio segreto fornisce a un segretario di partito materiale documentario utilizzabile contro il presidente del Consiglio in carica. È però rinvenibile una almeno parziale soluzione al rebus in un fa­ scicolo di documenti ora conservato presso l’Archivio di Stato di Milano, nel processo per la strage della questura del 17 maggio 19734. Si tratta di fotocopie di note del Sifar, datate tra il settembre 1957 e il luglio 1960, relative a una piccola struttura di intelligence, operante sul terreno na­ zionale e per più versi concorrente del Sifar. Questa era stata costituita a Roma da un nucleo investigativo guidato dal questore Domenico De Nozza e godeva della protezione del ministro degli Interni Tambroni e del vicecapo della stazione Cia in Italia Robert Driscoll. La vicenda della struttura è nota ed è accuratamente riassunta da Giuseppe De Lutiis, che utilizza questa stessa documentazione5. A quella struttura sono da attribuire le intercettazioni fatte eseguire dallo stesso Tambroni, che riguardarono sia avversari, sia alleati del governo, sia mem­ bri del suo stesso partito, la Democrazia cristiana, episodi allora notori

3Il memoriale di Aldo Moro rinvenuto in via Monte Nevoso a Milano, a cura di F.M. Biscione, Coletti, Roma 1993, p. 47. 4 Archivio di Stato di Milano, Corte di assise di Milano, RG 19/95, Boffelli Giorgio + 7, faldone 24. 5 G. D e Lu t iis , I servizi segreti in Italia. Dal fascismo all’intelligence del X XI secolo, Sperling & Kupfer, Milano 2010, pp. 54-57.

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anche a livello della stampa (ne aveva parlato, al tempo, il settimanale comunista «Vie nuove») e dei quali vi è cenno nello stesso Memoriale6. Questa struttura fu smantellata dalla polizia verso la fine del 1959, quando Tambroni, allora ministro del Bilancio, non poté difenderla. Ciò che di questa documentazione maggiormente qui ci interessa è l’ultima nota in ordine cronologico, prodotta dal centro controspionaggio di Padova in data 15 luglio 1960, cioè una data intermedia tra il 7 luglio (allorché avvenne leccidio di militanti comunisti a Reggio Emilia e gli altri episodi cruenti in varie parti d’Italia) e il 19 luglio, quando Tambroni presentò le dimissioni del governo al capo dello Stato. Si tratta del più esteso ed esplicativo di questi documenti e mostra una ripresa dell’atten­ zione su una vicenda ormai storicamente conclusa (le note precedenti sono dell’ottobre 1959, quando la struttura fu smantellata). In essa, per la prima e unica volta nel fascicolo in esame, viene fatto riferimento a Tambroni come il vero ispiratore della struttura di intelligence. Dunque, seppure non abbiamo indicazioni relative a un’intercetta­ zione (nella nota vi è qualche fumosa indiscrezione sulla vita privata del ministro), possiamo ritenere con buona probabilità che Moro, allo scopo di mettere fine al governo Tambroni, si sia inserito nel contrasto professionale e istituzionale tra il Sifar e la suddetta struttura di intelli­ gence, ricevendo dal Sifar l’attestazione che proprio da Tambroni si era originata un’illegittima attività spionistica a carico anche di colleghi di partito e di governo. Del resto un resoconto giornalistico di poco successivo agli even­ ti - scritto quando ancora non si disponeva di molte informazioni emerse poi - mostra quale percezione alcuni ambienti governativi e lo stesso Moro avessero delle interferenze di Tambroni. La scrittura ha la forma di un diario e, in questo caso, doveva trattarsi di informazioni provenienti da una cerchia ristretta; l’autore, Vittorio Gorresio, cita come fonte un altro giornalista, Renzo Trionfera, particolarmente versato sui problemi dell’intelligence. Alla data del 20 giugno 1960 si legge: [Trionferai dice che i duri, quelli che presum ono di potergli resistere, lui [Tam­ broni] li ha già tutti in mano. Pare che abbia impiantato un archivio speciale, fuori dallo stesso Viminale per sottrarlo alla competenza del m inistro dell’in­

6 Il memoriale di Aldo Moro, cit., p. 58.

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terno, che è Spataro. L’archivio speciale e segreto è composto da fascicoli definiti riservati, intestati a ciascuno degli uom ini politici in vista, a cominciare dai democristiani: «Quelli che mi vogliono m orto, li conosco uno per uno» avrebbe detto Tambroni in un m om ento d’ira minacciosa «e al momento opportuno li m etto a posto tutti». Forse parlava mosso dall'ira più che con l'intenzione di minacciare davvero, m a la paura si diffonde ugualmente. La accresce, d'altra parte, la voce che Tambroni abbia a suoi stretti collaboratori, anzi i più stretti che gli si conoscano, il tenente generale comandante del corpo delle guardie di PS Cesare Sabatino Galli, e il questore di Roma dottor Carmelo Marzano. Col loro aiuto, dice Trionfera, Tambroni ha messo a punto un servizio di protezione, formalmente diretto a salvaguardare la sicurezza di tutte le personalità politiche di un certo rango. Prim e fra queste sono tutti gli ex presidenti del consiglio e i maggiori esponenti della DC, i quali d'altra parte si lamentano che il servizio di protezione si è trasformato a poco a poco in un servizio di pedinamento e di informazioni, come è fatale che succeda in queste iniziative di zelo. È corsa anche la voce che M oro abbia preso contatti con il comando generale dei carabinieri, per il caso che si debbano fronteggiare eventuali eccessi dei protettori governativi. Non sarà vero, m a è comunque certo che una rete non del tutto invisibile è tesa attorno ai dirigenti della politica italiana, ed essa è causa di fastidio, oltre che di non so quanto giustificate preoccupazioni7.

Che fosse questo il livello dell'allarme è peraltro confermato anche da altre narrazioni8. Ma è interessante che Gorresio dati al mese di giu­ gno, cioè prima dei fatti di Genova e di Reggio Emilia, l'attenzione di Moro - che perciò si sarebbe rivolto ai carabinieri - agli aspetti «spioni­ stici» dell'attività di Tambroni; e questo ci sembra un ulteriore argomento in favore della plausibilità delle affermazioni di Moro sulle intercettazioni di De Lorenzo. D'altronde, non sembra individuarsi tra Moro e Tambroni solo una rotta di collisione politica (apertura versus chiusura ai socialisti) e traspare anche un altro genere di divergenza se si pensa alla formale sanzione che la Dc, per mano dello stesso segretario, diede della complessiva attività politica di Tambroni. Luciano Radi racconta che il 15 febbraio 1963, in 7 V. G orresio , L’Italia a sinistra, Rizzoli, Milano 1963, pp. 121 s. 8 Cfr. per esempio U. Z atterin , Al Viminale con il morto. Tra lotte e botte l’Italia di ieri, Baldini & Castoldi, Milano 1996, pp. 340-342, che fa un riferimento anche al brano del Memoriale qui preso in esame.

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vista delle prossime elezioni politiche, Moro convocò Tambroni e gli comunicò che il partito non lo avrebbe confermato capolista nel collegio delle Marche9. Era un colpo duro per un ex ministro e presidente del Consiglio, ora più che sessantenne, per il quale si disegnava un futuro residuale, e lo stesso Radi ipotizza un rapporto tra il dispiacere causato dalla decisione della segreteria e l’infarto che di lì a qualche giorno colpì Tambroni uccidendolo. Per quel che ci sembra di comprendere, la sanzione di Moro non riguardava il comportamento politico; non era, cioè, motivata dall’aver Tambroni tentato di spostare a destra l’asse politico del governo con l’ap­ porto dei voti fascisti. E ciò sia per il ruolo svolto dal capo dello Stato Giovanni Gronchi (che aveva invitato Tambroni a completare l’iter della fiducia al Senato quando era già chiaro quale maggioranza si stesse rac­ cogliendo attorno al governo) sia per l’ampio ventaglio di posizioni che il partito della Democrazia cristiana esprimeva al suo interno, che non consentiva esclusioni orientate politicamente. Piuttosto la segreteria del partito sembrava sanzionare le concrete modalità con le quali - dopo che la mobilitazione antifascista di Genova aveva impedito il congresso del Movimento sociale italiano, umiliando l’esecutivo e sgretolando la stessa maggioranza che lo sosteneva - Tambroni avesse caricato di tensioni la lotta politica (morti di Reggio Emilia, carica dei carabinieri a Porta San Paolo a Roma, morti in Sicilia ecc.), accampando un inesistente (e difficilmente immaginabile) moto insurrezionale comunista al fine di giustificare la permanenza di un esecutivo autoritario. Tanto più se si riflette che, a fronte di una qual certa «mano pesante» per cui più volte le forze dell’o rdine insanguinarono manifestazioni di lotta e di protesta, durante i governi Moro episodi di questo genere non si ebbero a verificare, circostanza che non può considerarsi casuale. Questo insieme di fatti e di considerazioni ci induce a ritenere plau­ sibile che Moro, probabilmente in seguito dell’eccidio di Reggio Emilia10, abbia compiuto l’atto extraprotocollare di richiedere o di ricevere una

9 L. Ra d i , Tambroni trentanni dopo. Il luglio 1960 e la nascita del centrosinistra, il Mulino, Bologna 1990, p. 156. 10 Un punto di vista interessante è quello del reggiano Corrado Corghi, allora segreta­ rio regionale della Dc: C. C o r c h i , Guardare alto e lontano. La mia Democrazia cristiana, a cura di E. Galavotti, Consulta, Reggio Emilia 2014, pp. 582-597.

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documentazione utile al fine di concludere rapidamente l’esperienza di un governo che stava spingendo il Paese verso la guerra civile.

Il generale Aloia e la strategia della tensione Altro punto che intendo toccare è un aspetto delle considerazioni di Moro sulla strategia della tensione, in particolare relativo alla strage di piazza Fontana. Anche qui lo scritto di Moro fornisce suggestioni inedite, da definire in uno scenario più ampio e problematico. Partiamo dunque dal testo. Quando cominciava la strategia della tensione Rumor (dopo Leone) era diventato Presidente del Consiglio e Piccoli segretario, quest’ultimo in modo molto contra­ stato, c o n e p e r la m ia decisa opposizione, a m em oria 85 voti e cioè meno della maggioranza assoluta. Invano si era presentato a me, per patrocinare accordi, lex Generale Aloja. Io fui intransigente e mi trovai in urto sia con il Presidente del Consiglio sia con il Segretario del Partito. Tanto che per circa un anno rifiutai per ragioni di contrasti politici interni il Ministero degli Esteri, che poi finii per accettare (e vi lavorai con impegno e grande passione), perché mi resi conto, a parte il valore umano dell’incarico, che esso era l’unico modo decente perché non si determinassero sgradevoli incontri in Consiglio dei Ministri, nelle riunioni della Direzione del Partito, tra me e i nuovi dirigenti11.

In una prosa che potremmo definire classica, com’è talora la scrittura di Moro, il brano stabilisce un nesso tra la fine del centro-sinistra moroteo (elezioni politiche del maggio 1968) e l’inizio della strategia della tensione; allude inoltre alla condizione di minoranza e di opposizione che Moro visse nel suo partito, rievocando il consiglio nazionale della Dc del 18-19 gennaio 1969 e l’attacco che egli portò alla candidatura di Piccoli alla segreteria1112. Da questa posizione di opposizione Moro

11 Il memoriale di Aldo Moro, cit., p. 120. 12Il 18 gennaio 1969, nella riunione del consiglio nazionale che avrebbe eletto Piccoli segretario, M oro pronunciò un discorso polemico annunciando la propria opposizione; cfr. A. M oro , Scritti e discorsi, 1969-1973, V, a cura di G. Rossini, Cinque lune, Roma 1988, pp. 2635-2647. Per una contestualizzazione cfr. G. Fo r m ig on i , Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, il Mulino, Bologna 2016, pp. 229-243.

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uscì accettando la carica di ministro degli Esteri, nell’agosto 1969, nel secondo governo Rumor. Ma Moro aggiunge un particolare, cioè il ruolo del generale Giuseppe Aloia (che Moro, come altri, scrive Aloja) quale patrocinatore di accordi che, stipulati con Piccoli e Rumor, furono invece respinti da Moro, ponendolo in urto con «i nuovi dirigenti». In particolare, il governo Rumor cui Moro fa riferimento fu in carica dal dicembre 1968 all’agosto 1970, mentre Flaminio Piccoli fu eletto segre­ tario della Dc il 19 gennaio 1969, carica da cui si dimise nell’autunno dello stesso anno. L’intervento del generale è dunque da collocare nel periodo della segreteria di Piccoli e, sebbene ignoriamo quali accordi il generale patrocinasse, qui la strategia della tensione viene presentata come il frutto di un accordo che divise il gruppo dirigente della De­ mocrazia cristiana. A una prima approssimazione, direi che il riferimento sia innan­ zitutto alla strage di piazza Fontana, che della strategia della tensione fu il grande episodio iniziale, anche se non il primo in ordine cro­ nologico. Questo brano del Memoriale non mi pare sia stato oggetto di particolare attenzione né di commenti significativi. Però l’affer­ mazione che contiene ha una propria densità che richiede non una valutazione di veridicità, attualmente impossibile, ma di plausibilità. Anticipo che, con il limite su indicato, la mia risposta è positiva e che l’affermazione di Moro può essere presa come una testimonianza meritevole di approfondimenti. Abbiamo individuato un indizio - peraltro recentemente, ragion per cui non siamo ancora in grado di valutarne appieno la consistenza - che confermerebbe che il gen. Aloia, nei mesi indicati da Moro, fosse alle prese con l’elaborazione di un piano d’emergenza per conto del governo. Si tratta di una nota della divisione Affari riservati del ministero degli Interni in data 14 ottobre 1969, già archiviata tra le Note al ministro, dove viene a sua volta riportata una nota confidenziale «diffusa nei giorni scorsi» nell’Associazione industriali di Torino, che merita essere riportata.Il Il colloquio avvenuto la settim ana scorsa tra il Ministro dell’Interno ed il Presi­ dente della Repubblica è ancora al centro di commenti politici in alcuni ambienti vicini alla Presidenza del Consiglio ed ai circoli militari. Secondo tali commenti, il Governo andrebbe sempre più assumendo una po­ sizione di decisione e di intransigenza verso talune manifestazioni eversive che sembrano avere caratterizzato i disordini delle settimane scorse.

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Alcune fonti qualificate fanno rilevare che un vero e proprio piano di emergenza sarebbe stato approvato dagli organi responsabili governativi e da quelli preposti alla sicurezza dello Stato. Talune voci, diffusesi in questi giorni, parlerebbero di un piano da lungo tempo studiato ed al quale si starebbero dando gli ultimi ritocchi. Il piano si ispirerebbe ad organizzazioni di prevenzione e di difesa dell’o rdine pubblico già sperimentate in altri paesi. Secondo una fonte attendibile una parte di questo program m a sarebbe la copia conforme di quello adottato dal Generale Ongania in Argentina. I «Consigli» in proposito chiesti al Presidente argentino risalirebbero - sempre secondo le stesse fonti - a qualche mese fa, allorché il generale Aloja, ex Capo di Stato Maggiore Generale, si recò a Buenos Aires per una serie di incontri «ad alto livello»13.

Per una serie di motivi, la traccia indicata dalla nota necessita di una serie di verifiche e di riscontri per i quali occorrerà del tempo. Per esem­ pio, è conosciuta la reciproca rivalità tra gli Affari riservati del Viminale e il Sid, al quale Aloia faceva ancora riferimento, e ciò costringe a leggere il documento anche con criteri, per così dire, extratestuali. Per altri versi, anche gli indizi di collegamenti di intelligence tra Italia e Argentina al tempo della dittatura di Juan Carlos Ongania (1966-1970), largamente mediati da Licio Gelli14, sono ancora da integrare con una narrazione più stringente. Ciò che però possiamo fare sin dora è un’indagine sulla coerenza interna del discorso di Moro e una valutazione se quanto detto nel Me­

13 II docum ento, proveniente dalla docum entazione rinvenuta a Roma presso la circonvallazione Appia nel 1993, è in copia negli atti del processo p er la strage di Brescia del 1974, all. 69 della relazione di consulenza n. 12 del 30 agosto 1999 del consulente Aldo Sabino Giannuli (fald. H-b-20). Pubblicato anche in A. Gian nuli , Il Noto servizio. Giulio Andreotti e il caso Moro, Tropea, Milano 2011, p. 131. Un altro indizio che sembra collocare Aloia - o meglio, un gruppo che a lui faceva riferimento - nelle vicende della strategia della tensione, lo abbiamo attraverso un docum ento sequestrato a Licio Gelli nel 1981; cfr. C. N unziata , Dal 1964 al 1980. La democrazia violentata, in A a .V v , Alto

tradimento. La guerra segreta agli italiani da piazza Fontana alla strage della stazione di Bologna, pref. di P. Bolognesi, Castelvecchi, Roma 2016, pp. 70-72. 14 Cfr. per esempio C.A. M an fro n i , Propaganda Due. Historia documentada de la logia masónica que operò en la Argentina sobre politicos, empresarios, guerrilleros y militares, Sudamericana, Buenos Aires 2016, pp. 209 s. e passim.

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moriale corrisponde a quanto sappiamo del Moro libero. Il 12 dicembre 1969 Moro era a Parigi e racconta che le informazioni che gli giunsero allora e nelle settimane successive dal ministero degli Interni («di fonte Vicari», capo della polizia) «erano per la pista rossa, cosa cui non ho creduto nemmeno per un minuto. La pista era vistosamente nera, come si è poi rapidamente riconosciuto»15. Questa affermazione è variamente ribadita con riferimento sia alla strage di Milano sia, più in generale, ad altri episodi della strategia della tensione, della quale viene data anche un’efficace rappresentazione sintetica. Io però, personalm ente ed intuitivam ente, non ebbi mai dubbi e continuai a ritenere (e manifestare) almeno come solida ipotesi che questi ed altri fatti che si andavano sgranando fossero di chiara matrice di destra ed avessero l’o biettivo di scatenare un’offensiva di terrore indiscriminato (tale è proprio la caratteristica della reazione di destra), allo scopo di bloccare certi sviluppi politici che si erano fatti evidenti a partire dall’autunno caldo e di ricondurre le cose, attraverso il morso della paura, ad una gestione m oderata del potere16.

Peraltro questa interpretazione non è solo supportata da alcuni pun­ tuali riferimenti nello stesso Memoriale allo svolgimento (a Milano e a Catanzaro) del processo per la strage di piazza Fontana e ad altri episodi, come le stragi della questura di Milano e di Brescia, ma trova riscontro nell’importante discorso parlamentare (2 dicembre 1974) con il quale Moro chiedeva la fiducia per la formazione del suo quarto governo. È con profonda amarezza che si deve constatare come il fascismo rinasca dalle sue ceneri, dove lo avevano consumato la guerra esterna e la guerra civile, pur dopo trent’anni di normale vita democratica e di profonde rinnovazioni sociali e politiche; pur in presenza di un fortissimo schieramento popolare, diviso sulla soluzione da dare ai molteplici problemi del paese, m a certo solidamente unito nellopporre ancora una volta la più forte, e vittoriosa, resistenza ad ogni tenta­ tivo di reintrodurre la logica assurda e disum ana della violenza e di riportare l’Italia sotto il giogo fascista. Questo netto rifiuto, politico e morale, ribadito in un’epoca nella quale sarebbe sembrato impensabile il venire in evidenza di un fenomeno, nella logica delle cose, finito e chiuso, si colloca di fronte a fatti 15 Il memoriale di Aldo Moro, cit., p. 50. 16 Ivi, p. 53.

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numerosi, gravissimi, legati da un filo neppure troppo sottile e tali da turbare profondamente la coscienza democratica del nostro paese17.

Dunque, non vi è bisogno di apportare ulteriori argomentazioni circa quanto pensasse Moro sulle origini della strage di piazza Fontana e della strategia della tensione. Altra questione riguarda invece il tema delle responsabilità, sul quale evidentemente la domanda del brigatista era incentrata. Sul punto Moro così rispondeva, in un brano che merita una trascrizione integrale. Certo è un intrigo difficile da districare e le cui chiavi presumibilmente si tro­ vano in qualche organizzazione specializzata probabilmente di là del confine. Si tratta di vedere in quale m isura nostri uom ini politici possano averne avuto parte e con quale grado di conoscenza e d’iniziativa. Ma guardando al tipo di personale di cui si tratta, Fanfani è da moltissimi anni lontano da responsabi­ lità governative ed è stato, pur con qualche estrosità, sempre lineare. Forlani è stato sul terreno politico e non amministrativo. Rumor, destinatario egli stesso dell’attentato Bertoli, è uomo intelligente, m a incostante e di scarsa attitudine realizzativa; Colombo è egli pure con poco m ordente e poi con convinzioni dem ocratiche solide. A ndreotti è stato sempre al potere, ha origini piuttosto a destra (Corrente Primavera), si è, a suo tempo, abbracciato e conciliato con Oraziani, ha presieduto con indifferenza il governo con i liberali prim a di quel­ lo coi comunisti. Ora poi tiene la linea dura nei rapporti con le Brigate Rosse, con il proposito di sacrificare senza scrupolo quegli che è stato il patrono ed il realizzatore degli attuali accordi di governo18.

Potrebbe apparire contraddittorio indicare qui Rumor come uomo «di scarsa attitudine realizzativa» e averlo indicato, nel brano riportato sopra, come colui che aveva accolto l’accordo proposto da Aloia. Ma la contraddizione risulterebbe solo apparente se la proposta di Aloia non fosse stata la strategia della tensione quale l’abbiamo conosciuta ma un’o­ perazione di guerra psicologica per emarginare la sinistra facendo appa­ rire settori della sua ala estrema come portatori di un disegno violento 17 Camera dei deputati, VI legislatura, Discussioni, seduta del 2 dicembre 1974, pp. 18114 s.; Senato della Repubblica, VI legislatura, Assemblea, lunedì 2 dicem bre 1974, p. 17214, con un richiam o in sede di replica, ivi, giovedì 5 dicembre 1974, pp. 17401 s. 18 Il memoriale di Aldo Moro, cit., p. 48.

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e destabilizzante ma non ancora stragista, come sarebbe stato se - dopo le esplosioni del 25 aprile 1969 alla Fiera di Milano (che lo stesso Moro richiama nel Memoriale) e sui treni nel successivo agosto - la bomba di piazza Fontana fosse esplosa a banca chiusa. Ci sembra realistico ipo­ tizzare che fosse questo l’accordo patrocinato dal generale, accettato da Piccoli e da Rumor e respinto da Moro. Del resto, non sembrerebbe questa linea estranea alla strategia di Giuseppe Aloia, per quel non molto che ne sappiamo. Purtroppo l’uni­ ca monografia su di lui è vecchia di un trentennio19 e gli studi, ben più recenti, sulla politica militare italiana negli anni della guerra fredda non arrivano - forse per carenza di documentazione italiana - a misurare l’im­ patto della strategia missilistica atlantica, cioè dei sistemi di difesa interna, sugli stati maggiori del nostro esercito20; ciò ci impedisce di comprendere a fondo in che misura alcune note vicende italiane, come il conflitto tra Aloia e De Lorenzo, siano da inquadrare in una più ampia discussione strategica e quanto invece fossero frutto di modeste beghe locali. Non di meno, proprio il generale Aloia - capo di stato maggiore dell’esercito (1964-1966), poi capo di stato maggiore della Difesa (febbraio 1966-febbraio 1968), quindi collocato in congedo il 16 marzo 1968 - sembra il più coerente interprete della strategia statunitense. Lopera dell’A loia era stata subito apprezzata dal governo americano. «Ha soste­ nuto e lavorato senza tregua verso la m eta degli accordi internazionali di cui il suo paese è firmatario» e «ha unito saldamente l’Esercito Italiano facendolo un anello della catena difensiva della NATO» (motivazione dell’onorificenza di C om m ender of the Legion of Merit, conferita il 17 sett. 1962 dal presidente J.F. Kennedy, e in s e c o n d a w a r d il 1° apr. 1966 dal presidente L.B. Johnson). Nell’ambito della strategia della NATO, che affidava alle forze italiane la rivaluta­ zione delle armi convenzionali, l’A loia si era adoperato per l’accrescimento delle scorte, per l’incremento delle brigate fanteria e della loro meccanizzazione, per il potenziamento dei reparti di aviazione leggera e di elicotteri dell’esercito. In particolare aveva curato il corso di ardimento per ufficiali e sottufficiali istruttori effettuato presso la scuola di fanteria di Cesano (Roma), e l’istituzione di centri

19 M. Barsali , Aloia, Giuseppe, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. XXXIV (Primo supplemento A-C), Istituto della Enciclopedia italiana, Roma 1988, pp. 80-83. 20 L. N u t i , La sfida nucleare. La politica estera italiana e le armi atomiche 1945-1991, il Mulino, Bologna 2007, pp. 241-345.

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di ardimento presso le grandi unità, nel quadro di una dottrina strategica che prevedeva, contro offese provenienti dall’e sterno come dall’interno, l’impiego di reparti militari appositi per azioni di guerriglia e di antisabotaggio. [...] Questa dottrina richiedeva, secondo l’A loia, che si ricollegava a correnti di pensiero militare francesi, l’apporto di una scuola per la guerra psicologica, un’azione cioè di informazione e controinformazione che influenzasse l’o pinione, i sentimenti, l’atteggiamento e il com portam ento di com unità nemiche, neutrali e amiche, al fine di contribuire al raggiungimento degli obiettivi di guerra o al successo della politica delle nazioni e degli alleati21.

D’altronde, una tradizione critica, pur non attribuendo ad Aloia la paternità diretta della strategia della tensione, gli imputa almeno due episodi (l’ispirazione del convegno del 1965 all’hotel Parco dei principi sulla guerra rivoluzionaria e la commissione del volumetto Le mani rosse sulle forze armate, nel 1966) che mostrano l’integrazione di uomini della destra neofascista, e dunque di pratiche eversive e violente, in una pro­ spettiva strategica atlantica22. Un altro argomento che può essere portato a sostegno della plausibi­ lità dell’affermazione di Moro, e del significato che a essa abbiamo attri­ buito, è in alcuni indizi che testimoniano che almeno alcuni degli uomini responsabili della guida del Paese avessero informazioni sufficienti per decrittare in tempo reale il significato della strage del 12 dicembre. Uno riguarda Rumor: in una biografia, scritta peraltro con toni amichevoli, vi è un chiaro indizio che il presidente del Consiglio fosse perfettamente a giorno sulla matrice politica della strage23. Più problematica, ma potenzialmente illuminante in relazione alle precedenti considerazioni, appare la rilettura di un brano di Paolo Emilio Taviani il quale, con una domanda retorica, aveva richiamato l’attenzio­ ne sull’incongruità tra l’obiettivo da conseguire e il risultato ottenuto nella strage di Milano: «Si può veramente immaginare - disse nel 1997, 21 M. Barsali , Aloia, Giuseppe, cit., p. 82. 22 Vedi, da ultim o, M. D o n d i , L’eco del boato. Storia della strategia della tensione 1965-1974, Laterza, Roma-Bari 2015, pp. 52-55. 23 La stessa sera del 12 dicembre 1969 il giornalista Domenico Bartoli andò a tro ­ vare Rum or a palazzo Chigi e questo lo accolse così: «Caro direttore, a che punto siamo arrivati! Da un m om ento all’altro da quella po rta potrebbe entrare un colonnello». O. C arrubba , P. P ic c o li , Mariano Rumor. Da monte Berico a palazzo Chigi, Tassotti, Bassano del G rappa 2005, pp. 15 s.

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ascoltato dalla commissione stragi - che politici di primo piano siano stati sponsorizzatori di stragi? No, non ne erano capaci, non solo mo­ ralmente, ma neppure caratterialmente»24. Il discorso tende a escludere che vi fosse stata una responsabilità nella strage da parte delle massime autorità dello Stato e del governo, a partire da Saragat e da Rumor e via declinando, ma implicitamente sembra concedere che la strage fosse avvenuta all’interno di un quadro di relazioni politiche e diplomatiche conosciute e consolidate. Ci sembra peraltro di poter escludere - e non solo per amor di pa­ tria - che la sequela di bombe nere verniciate di rosso che precedette piazza Fontana (e di cui piazza Fontana avrebbe potuto essere l’ennesima e quasi insignificante manifestazione se la bomba fosse esplosa a banca chiusa) fosse stata ordita senza consultare né avvertire i maggiorenti di un Paese sovrano, amico e alleato. Se dunque traduciamo la domanda retorica di Taviani nei termini della ricerca storica, essa potrebbe voler dire che la strage fu conseguenza di un errore tecnico (la bomba dove­ va esplodere senza causare vittime), ma potrebbe anche indicare che la strage fosse il risultato di diverse linee di condotta contemporaneamente presenti e che sul terreno operativo, cioè ad arbitrio del decisore ultimo, prevalse la linea più dura, ipotesi cui però sarebbe ragionevole obiettare che appare difficile immaginare che ai neofascisti veneti fosse stato af­ fidato questo momento decisionale. Oppure, forse più verosimilmente, che una delle componenti dell’accordo (l’Italia) fosse stata vittima di un inganno o di un’ambiguità da parte di altra componente, cioè che la strage era comunque in programma, con il calcolo che l’esecutivo italiano, non potendo denunciare l’episodio per quello che era, non avrebbe potuto che subire lo sfregio ed essere costretto a gestirne gli esiti. In ogni caso, l’espressione di Moro che collega la strategia della ten­ sione a una situazione politica conflittuale mi sembra di grande interesse e meritevole di essere posta al centro di una riflessione più ampia.

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Vedi l’audizione di Taviani in Commissione Stragi in data 1° luglio 1997, in Atti

parlamentari, XIII legislatura, doc. XXIII, n. 64, vol. 2, II, p. 390; l’argomento è ribadito in P.E. Taviani , Politica a memoria d’uomo, il Mulino, Bologna 2002, pp. 381 s.

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